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III Domenica dopo Pentecoste

Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

15 giugno 2015

Mi permettete oggi di rileggere la Parola di Dio, guardando e considerando la famiglia umana nel senso più ampio e più in radice. Siamo figli del medesimo Padre, diciamo “padre nostro”, e questo significa che siamo in un legame di fraternità, uomini e donne. In questo periodo si rischia di distruggere  l’umano, siamo in una crisi di civiltà senza precedenti, l’individualismo si è fatto gestore apparente dell’onnipotenza. E’ la grande ipocrisia che stiamo vivendo. Io con voi oggi celebro l’Eucarestia qui, mentre cerchiamo di assistere in emergenza donne e uomini.

Perché? Davvero non è bene che l’uomo sia solo. E la donna dà fecondità e futuro a quanto incontra. Nel linguaggio della cultura babilonese eti è la “costola” ed è il nome della dea della fecondità. Per generare vita e futuro non si può rinchiuderci ma bisogna amarsi, ricostruire il dono della tenerezza e dello sguardo profondo, interiore. Si tratta di comprendere il linguaggio dell’amore. Dire famiglia qui significa avvertire che l’umanità deve essere famiglia senza chiusure ed individualismi esagerati. Quel sonno di Abramo raccontato dalla Genesi è un torpore che scuote  e fa ritrovare la vita, l’incontro, la gioia dell’amore creativo. Oggi ivece vi è un torpore triste, chiuso, incapace di scoprire ed avvertire la tenerezza dell’amore. E di fatto entra la violenza a farla da padrona, la violenza che distrugge e chiude speranza, la soffoca. E il Dio creatore si fa alleato. La creazione è il dono della libertà, dello scorrere nel giardino dell’Eden, mantenendo lo stupore e la sorpresa del bello e contemplando il tutto come un dono e non un possesso. Per questo la relazione tra donne e uomini, i legami di appartenenza sono dono che si apre al modo con il quale Dio è comunione.

E’ un mistero grande, che ci pone come modello il profondo rapporto tra Cristo e la Chiesa. Gesù, il figlio di Dio e figlio dell’uomo, ha amato servendo, dando la vita: la Chiesa deve essere segno di questo amore di Gesù, di questo dono  e sacrificio di vita. E’ la grande verità che è l’amore, che si esprime e si rivela nel dono, nel gratuito, nel ricostruire e riempire di segni di futuro la vita umana, la famiglia umana. E Paolo con la cultura del suo tempo cerca di spezzare o comunque aprire  una fessura di libertà sul modo con il quale spesso si costruiscono legami, amicizie. La famiglia, l’amore tra uomo e donna chiedono una cultura, un modo di vivere  che sia senza ruoli, ma di comunione. E questo è il segno  di Dio che nell’alleanza ha creato e ha dato la terra in mano all’umanità non per possederla,  ma per viverla. Laudato sì! Proviamo a rileggere Paolo, sostando su “Chiesa tutta gloriosa” senza macchia né sangue, ma santa e immacolata.
E’ la Chiesa della debolezza che, accogliendo l’amore di Dio che si riversa sull’umanità, si presenta a tutti e si fa storia, vissuto di amicizia vera. Questa umanità egoista non vive più il sentimento della compassione, non si ama più l’altro come se stessi. Dobbiamo tradurre la frase del Deuteronomio “ama il prossimo tuo come te stesso”. Sono questi il dono e la parola che risplendono o devono risplendere nei legami di vita che sono, o possono esserci, tra marito e moglie , tra uomo e donna, non per definire ruoli, ma per ridare volto alla misericordia di Dio, alle sue viscere di tenerezza. E’ un amore nel quale riposa e alberga l’eternità senza il limite del tempo. E questo è il segno che è avvolto dalla misericordia di Dio che accompagna questa verità con la sua vicinanza che cura le ferite, gli errori.

“All’inizio non era così”, cioè la creazione attende di rivelarsi ancora. E noi siamo qui a riscoprire che significa non smettere di amare , con la debolezza dello sguardo, con il perdono che ci custodisce, con il coraggio di permettere la ricostruzione di un umano fraterno e solidale e quindi materno.
Sì oggi in questa Eucarestia viviamo, chiedendo perdono, avvertendo il grande interrogativo che è stupore inaspettato che si coglie anche nel sorriso dei bimbi  che sono qui,  fuggiti in braccio alla madre da una terra malvagia  e che incontrano ancora chiusure che si producono con un’indifferenza davvero cinica. E’ davvero urgente che la politica, che ciascuno di noi, incontri il dono della famiglia, cioè che ci si riscopra figli del medesimo padre e madre e che l’umano è la radice di ogni differenza, è solo la capacità di amare e di essere amati che riesce a diventare e ad esprimere il mistero della creazione, cioè di un Dio che è alleanza, che si fa uno di noi. Questo linguaggio profondo, da contemplare e far diventare dono profondo, rischia di essere aggredito da ipocrite tentazioni di potere, di egoismi. La nostra civiltà umana è ferita in quel che sta succedendo, nella famiglia umana dove l’ingiustizia, il dolore delle vittime grida e si fa voce di un Dio che si dona in Gesù.

Questa Eucarestia che celebriamo deve riconsegnarci la gioia della comunione, di essere famiglia umana e nel piccolo della nostra casa oggi rileggiamo così la Parola di Dio e lo scambio di pace sia davvero un abbraccio e portiamo qui anche tutta la speranza che è coltivata e testimoniata da tanti che per la giustizia hanno consegnato tante energie. E oggi ricorderemo F., amico che ci guarda dal cielo e con lui attendiamo una convivialità e una famiglia umana piena di pace e di giustizia, colma di amore.
Confesso che nella storia che stiamo vivendo o che subiamo, dobbiamo non perdere la speranza, inginocchiandoci di fronte al crocefisso e continuamente cercare di avvertire a quale profondità arriva l’amore di un Dio che dona la sua vita perché nessuno si perda ma ciascuno abbia un posto nel mondo che attendiamo, si anche quelle vittime che sono morte nel Mediterraneo, senza nome e volto, per sempre dimenticati, ma non da un Dio che attende e si fa vittima con loro. Questo è lo scandalo della fede in Gesù, è il cammino di testimonianza che la Chiesa deve condividere perché sia senza macchia e ruga. Aiuta

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