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Casa della Carità
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La cappella della Casa della carità
 
 

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III Domenica dopo Pentecoste - Santa Messa per ricordare i 45 anni di sacerdozio di don Virginio Colmegna

Gen 2,4b-17; Sal 103; Rm 5,12-17; Gv 3,16-21

29 giugno 2014

La Parola di Dio che è stata proclamata ci regala la prospettiva nella quale collocare e vivere la giornata di oggi, il cammino che vogliamo avviare in Casa della carità per ringraziare dei 10 anni vissuti e per ritrovare speranza e coraggio  per continuare con umiltà e spirito di gratuita carità. E’ il giardino fecondo e bello dell’Eden consegnato, regalato all’umanità non come sogno irrealizzabile, ma come inizio e meta del disegno creatore di Dio, l’Onnipotente che vuole far festa con noi. La sua creazione è un atto di amore e di felicità che chiede la sapienza del riconoscerci creature che ringraziano, che riconoscono che è tutto dono, che essere creature amate da Dio è una bellezza da contemplare. Il peccato di arroganza ha ferito questo disegno creatore, ha reso l’umanità lacerata dalla divisione, dalla morte, dalla violenza, rompendo e volendo rifiutare - nella libertà donata - il riconoscimento  che è tutto dono, non è proprietà possessiva.

Per restituirci questa attesa dell’Eden dobbiamo condividere e ridisegnare percorsi di condivisione, lasciando tracce di gratuità, di amore eccedente, senza calcoli. Dio stesso ha scelto di vivere nel Figlio Gesù questa azione redentiva, che in Gesù ci dice che quell’Eden è ancora atteso e possibile, che quel peccato che l’umanità  ha fatto nell’Eden ora è sconfitto, perché la Pasqua di Gesù ha vinto la morte e nel mondo può, e deve essere restituita, la speranza della fraternità gioiosa e del creato custodito.
Insomma, la bellezza del Vangelo, per cui val la pena di spendere la propria vita, sta in questo ascolto pieno di luce che Giovanni ha proclamato nel Vangelo che abbiamo udito oggi. E’ con questa profondità semplice che mi permetto di condividere con voi la gioia di questa celebrazione, di ricordare qui il mio cammino sacerdotale di 45 anni, segnati e maturati in profondità in questi 10 anni di Casa della carità, pieni di doni e anche percorsi da difficoltà, solitudini sofferte che segnano l’esistenza di ognuno di noi. E’ per questo che mi permetto di indicare a me stesso e a voi alcuni pensieri che riempiono il mio cuore di prete e di responsabile con voi del cammino di questa Casa, così voluta e desiderata dal Card. Martini a cui va il mio grazie, consapevole che ci guarda dal cielo, in quell’Eden meraviglioso che attendiamo e desideriamo. Molti di noi si ricordano quella Messa celebrata per i miei 40 anni di prete a Gallarate, quel suo battimani che invitava alla festa della carità, con un corpo ormai compromesso e affaticato che faceva trasparire, come non mai, un desiderio di tenerezza e amicizia.

E’ quell’umanità semplice e povera che hanno stampato in me i miei genitori, mia mamma, mio papà che, quando mi incontrava a casa sua, come primo gesto mi puliva le scarpe. Gesto di umiltà, che solo ora capisco quale regalo ha immesso nella mia vita. Ecco il dono della semplicità irrorata dal Vangelo delle Beatitudini!

Sì, sono prete innamorato del Vangelo, custodito anche silenziosamente nel mio cuore; in questi 10 anni il mio servizio pastorale di prete è stato tutto qui, in questa casa, nel suo crescere, nelle sue difficoltà di sostenibilità, nelle sue gioie e amarezze. Ora capisco che è un grande dono perché mi fa gioire  del Vangelo, risorsa infinita di speranza, mi fa riscoprire ogni giorno la gioia di essere prete per il Vangelo. E’ la preghiera che mi accompagna in questo mio stare in Casa della carità, quella anche silenziosa, fatta di sguardi, di silenzi. E’ la domanda di perdono, di condivisione gratuita che segna la mia vita di prete.

Lasciatemelo dire, oggi, con slancio, di chiederlo a voi di avvertire che io in Casa della carità vivo la gioia di essere prete per il Vangelo, che si assume anche la povertà e la debolezza della fatica organizzativa, dell’entrare nel dinamismo della carità. Stiamo rileggendo la lettera pastorale “Farsi Prossimo” del 1985 che è citata anche nel nostro statuto. Quanta freschezza hanno quelle pagine!

In questi 10 anni è cresciuta in me una domanda contemplativa, di monastero pieno di freschezza: sento in me, a volte in modo bruciante e sofferto, il bisogno di tempo contemplativo. Per me la domenica, che nel ministero di prete solitamente è piena di riti e azioni pastorali, è tempo di adorazione eucaristica e di eucarestia celebrata con chi può condividere. Per me, anche se da molti  è quasi inavvertito, è il cuore e il senso del mio stare in Casa della carità. E’ l’Eucarestia, l’adorazione che la precede la leva del mio stare in Casa della carità da prete.

Mi permettete di dirlo proprio così: non alberga in me un sentimento di vittimismo, ma la gioia che resiste di fronte alle difficoltà, in quel “regaliamoci la speranza”, in questa eucarestia domenicale, in questa adorazione eucaristica.
Ed è la dimensione contemplativa che si vive se si avverte urgente la domanda del non avere fretta, paura, ma di scendere da cavallo e incamminarci verso la locanda dove prendersi cura.

E’ la scelta voluta da Martini di rendere e di chiedere a Casa della carità di essere luogo e laboratorio di cultura, di pensiero. E’ la rottura di qualsiasi visione assistenzialistica per dare valore ad ogni gesto, anche l’elemosina, purché si ascolti l’inquietudine e la domanda che sale da chi è ferito, sta ai bordi della strada. E’ quel silenzio invocante e triste, a volte senza desideri espressi, che va colmato di sapienza. Lì sta la sapienza della carità, quella follia evangelica che è Gesù, scandalo e follia con la sua croce.
Confesso che quel crocefisso, frammentato e lacerato che sta in cappella, ritorna molto nel mio stare in Casa della carità. Si scende da cavallo se si ha la pazienza di darci il tempo per scegliere di non passare oltre. Noi dobbiamo continuamente scegliere questa profezia di vita che è quella di non calcolare, di non diventare un sistema convenzionato soltanto, ma di darsi il tempo per contemplare e narrare che dagli ultimi degli ultimi arriva un grido evangelico che va accolto e proclamato con tutta la sapienza e competenza possibile. E’ la gioia di una carità sapiente che ci regala la scelta della gratuità. Sono convinto che si avverte che il cammino di questi 10 anni mi ha cambiato davvero interiormente, inondato dal valore del silenzio e chiedo al buon Dio di perdonarmi e mi permetto di ringraziare quanti mi sono vicini in questa avventura, chiedendo a tutti di avvertire che non stiamo solo facendo un’opera di carità, ma abbiamo da testimoniare che condividere con i poveri fa zampillare un’acqua fresca per l’eternità, per quella Gerusalemme celeste che Martini ha sempre desiderato.

Per questo nel decennio scegliamo dal 21 al 26 ottobre di essere in molti in Terrasanta e chiedo a tutti di aiutarci a far sì che ci siano anche quanti hanno difficoltà economiche, perché anche da lì possa si chiedere a Martini di proteggerci e custodire Casa della carità.

Non posso non legare questa mia gioia sacerdotale riconoscente  accanto a Martini a chi, come don Antonio, mi ha orientato, accompagnato, guidato in questo cammino di 45 anni di prete.

E vorrei ringraziare tutti, non faccio nomi per non dimenticare, ma vorrei dirvi che sono contento per i tanti anziani che sono qui, guidati e amati da Doudou, che oggi inizia il Ramadan. Ho imparato con loro a ritrovare la gioia della spiritualità popolare, del Rosario pregato con Ernesto. Ho imparato a riscoprire il valore della dedizione alla casa, che trovo ad esempio in Roberto e Raggio e in tutti, davvero tutti, gli operatori e volontari che vivono qui una straordinaria esperienza di amicizia regalataci dai poveri.
E’ quella fantasia, follia della carità che vi chiedo di portare in questa Eucarestia nella convivialità, carica di amicizia che vivremo oggi e che vorrei diventasse lo stile di comunione che chiede di ritrovare  sempre quel legame di fratelli, che il Signore ha affidato alla sua Chiesa di testimoniare.

Chiedo perdono per gli errori  e gli sbagli compiuti; in ginocchio, questa mattina, ho chiesto al Signore che, con la sua Provvidenza, ci accompagni e faccia sempre fiorire in noi tutti la gioia dell’amicizia che scaturisce se la sua misericordia sovrabbondante ci ridà la gioia del ricominciare, del perdonare vicendevolmente.

E allora oggi iniziamo il cammino: Papa Francesco ci invita a non lasciarci rubare la speranza.

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