1. Vai al contenuto della pagina
  2. Vai al Menu Principale
Casa della Carità
dona ora
 
 
 

Contenuto della pagina

 

Il nostro 2015: storie vere (e belle) da via Brambilla

23 dicembre 2015

Siamo alla fine di un anno decisamente faticoso e difficile. Ma siamo anche alla fine di un anno che, in via Brambilla, è stato ricco di momenti belli e positivi, che vogliamo condividere, per augurare a tutti buon Natale e felice anno nuovo

 
Un momento di accoglienza alla Casa - foto: Armando Rotoletti

La chiamata sul cellulare arriva nel tardo pomeriggio. Giorgio Quaranta, educatore dell’accoglienza maschile, si scusa per l’orario, ma ha la voce contenta. “Te lo dovevo dire, perché è una gran bella cosa e poi rischio di dimenticarmi: Stephan è stato assunto! E con un contratto a tempo indeterminato”, racconta con entusiasmo. Ha voglia di condividere l’avvenimento, e si sente. 

Trovare un lavoro è una grande conquista per gli ospiti della Casa della carità: significa compiere un passo decisivo nei percorsi di autonomia proposti dalla Fondazione, prepararsi a lasciare l’accoglienza per diventare cittadini a tutti gli effetti, vedere una parte dei propri sogni realizzarsi dopo tante fatiche. 

Ogni anno alla Casa della carità è costellato di tanti piccoli momenti come questo. Che, insieme, compongono quel grande mosaico che è il lavoro sociale portato avanti dalla Fondazione in tante zone di Milano, a partire dalle 225 persone in difficoltà accolte nel 2015 nella sede di via Brambilla. 

A volte, però, i singoli tasselli rimangono un po’ nell’ombra, nascosti, persi nella frenesia della quotidianità. Per questo Natale, per ricordare l’anno trascorso e per augurarci il meglio per quello che verrà, abbiamo deciso di raccontarli. Perché, tanto quanto i grandi progetti, gli eventi culturali e gli appuntamenti artistici, rappresentano al meglio la nostra Casa e le persone che ogni giorno la vivono. 

 

IL SORRISO DI VALERIE E LA LEZIONE DI MARIA

La rappresenta il sorriso di Valerie che, anche lei, ha trovato lavoro in una grande catena di negozi di abbigliamento come commessa. “Ha fatto un percorso splendido”, racconta Elisa Veronelli, educatrice dell’accoglienza femminile. “Dopo aver dovuto lasciare il suo Paese in Africa, ha ottenuto la protezione internazionale in Italia e, ha sfruttato al meglio le possibilità di un progetto di inserimento promosso da una grande azienda”. Ora che ha firmato un contratto a tempo indeterminato sta cercando casa in condivisione con alcune amiche. 

Chi, invece, un’abitazione l’ha ritrovata nel 2015 è Maria, una mamma ospitata da Casa Nido insieme ai suoi figli dopo uno sfratto. Una volta ottenuto l’alloggio popolare che le spettava, salutando le educatrici dopo una breve accoglienza, ha confessato loro: “Sono entrata con niente e ora ho una casa”. Una frase solo in apparenza banale. “Con il termine casa - spiega l’educatrice Luisa Brembilla - intendeva non solo un tetto e quattro mura, ma tutte quelle relazioni che era riuscita a ricostruire durante il periodo con noi. È riuscita a riallacciare i rapporti con il marito, a farsi rispettare di più come donna e a stimolarlo nella ricerca di un lavoro, al punto che nella nuova casa sono tornare ad abitare insieme”. 

LA CASA DI GIUSEPPE E IL BABBO NATALE DI BOLLATE

Come il lavoro, anche la casa è un argomento ricorrente, un traguardo difficile da raggiungere, per il quale spesso serve una spinta ulteriore. Gli appartamenti che la Fondazione gestisce in diverse zone di Milano sono proprio questo: un sostegno, un aiuto, un’opzione transitoria per accompagnare le persone verso una soluzione autonoma in un mercato abitativo difficile per tutti, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione.

Giuseppe, per esempio, oggi abita in uno degli alloggi della Casa della carità, un bene confiscato alla criminalità organizzata dato in gestione dal Comune alla Fondazione. Ci è arrivato direttamente dal carcere di Bollate. “Lo abbiamo conosciuto perché veniva a fare volontariato da noi con l’associazione Articolo 21, quando ancora era detenuto. Una volta finito di scontare la pena, ha trovato un lavoro e gli abbiamo fornito una soluzione abitativa” spiega Fiorenzo De Molli, che da anni tiene per la Casa i rapporti con la casa di reclusione milanese e che ci tiene ad aggiungere un altro aneddoto. “Giuseppe non è l’unico esempio positivo di persone accompagnate dopo dei periodi in carcere. Il 25 dicembre, alla Casa, a vestire i panni di Babbo Natale con tanto di costume per i bambini sarà un altro ex detenuto: penso sia un bel messaggio”.

L'accoglienza dei profughi realizzata dalla parrocchia della Beata Vergine Assunta di Bruzzano con la Casa - foto: Marco Garofalo / 2015
L'accoglienza dei profughi realizzata dalla parrocchia della Beata Vergine Assunta di Bruzzano con la Casa - foto: Marco Garofalo



LA PICCOLA SARAH E IL FILM DI MARCO


I regali, invece, alla comunità So-Stare, dove vengono accolte persone con problemi di salute mentale, non arrivano solo sotto le feste. “Capita che ce li ritroviamo sulla scrivania o fuori dalla porta dell’ufficio: sono gli ospiti a farceli”, racconta Iole Romano, quando le si chiede di scegliere un bel momento dell’anno appena trascorso. “Io, per esempio, ho ricevuto delle crocchette per il mio amato cane, mentre la mia collega Chiara un paio di calze del suo colore preferito, il verde. Son piccole cose, certo, ma rivelano la qualità delle relazioni che si instaurano”. Nella nostra sede, ma anche altrove, quando i progetti della Fondazione si allargano ad altri luoghi della città cercando il più possibile di conservare il clima della Casa. 

È accaduto, quest’estate, a Bruzzano dove la parrocchia Beata Vergine Assunta ha dato prova di grande apertura ospitando in oratorio 351 profughi più una. Durante il mese di accoglienza, infatti, è nata la figlia di una coppia di giovani nigeriani, Sarah, che è immediatamente diventata il simbolo di un progetto ben riuscito e ricco di frutti, come la fiaccolata organizzata dalla parrocchia stessa insieme alle famiglie musulmane del quartiere dopo gli attacchi di novembre a Parigi. 

Accade, da anni, al Molise Calvairate, quartiere con un’alta concentrazione di persone con problemi di salute mentale dove opera il progetto ProviamociAssieme. Qui, operatori e utenti hanno realizzato un film fantastico, una fiaba autoprodotta, dal titolo “Mescarem. Il fiore sboccia sulla terra di mezzo”. Alla festa di Natale, alcune settimane dopo la prima proiezione, Marco, uno dei protagonisti, ne parlava ancora con grande coinvolgimento e tanto orgoglio. “Ho interpretato due ruoli. Quale dei due mi è piaciuto di più? Impossibile dirlo: anche se molto diversi, mi sono affezionato ad entrambi. Può sembrare schizofrenia, ma io penso sia più armonia nella diversità”. 

IL CALCIO PER MOHAMED E I RECORD DI YOUSSOUPHA 

Accade anche in ambito sportivo, quando scende in campo il Casa Sport, la squadra di calcio composta da ospiti, ex ospiti e amici della Casa. Quest’anno, su 9 partite, son arrivate 5 vittorie anche se, come dice il fantasista Mohamed, “quel che mi piace di più è lo stare insieme ai miei compagni ed amici. Quando gioco con loro sono felice”. “Per staccare la testa dai problemi quotidiani - gli fa eco Guido Beltrami, volontario e giocatore - lo sport è un momento fondamentale”. Per Youssoupha, invece, è anche qualcosa di più. Questo giovane senegalese, con una gamba compromessa a causa della poliomelite, in Italia ha trovato il riconoscimento della protezione internazionale per motivi umanitari e, alla Casa della carità, ha scoperto il suo enorme talento per l’atletica. Quest’anno, infatti, per l’orgoglio di ospiti ed educatori, è diventato campione africano di lancio del giavellotto e ora, mentre cerca comunque un’occupazione, si allena duramente per costruirsi una carriera in questa disciplina vestendo i colori della nazionale del suo Paese. 

Fatima, invece, il suo Paese l’ha ritrovato dopo oltre venticinque anni. Questa elegante signora somala, ex ospite della Casa della carità, vive oggi da sola, frequenta ogni settimana il gruppo anziani della Fondazione e, finalmente, nel 2015, ha fatto ritorno in Somalia. “È stato bellissimo” racconta con gli occhi che le brillano. “Mogadiscio è caotica, non ancora completamente sicura, ma si sta bene. E poi ho incontrato tutti i miei parenti, anche i miei nipoti che non avevo mai visto: sono nati negli anni in cui son stata in Italia”. Nel periodo che ha trascorso alla Casa, le educatrici l’hanno aiutata a risistemare tutti i documenti, a cercare un’abitazione che si potesse permettere e ad ottenere la pensione che le spettava. La sua è stata una delle tante storie in cui il praticare l’ospitalità è andato di pari passo con la promozione dei diritti. Come succede ogni mercoledì al sempre affollato sportello legale della Fondazione.

 
Don Virginio Colmegna e Peppe Monetti, con una persona seguita dallo sportello legale della Casa - foto: Ugo Zamborlini
Don Virginio Colmegna e Peppe Monetti, con una persona seguita dallo sportello legale della Casa - foto: Ugo Zamborlini



IL PERMESSO DI BOUBACAR E LA SERENITÀ DI LUIGI 


Boubacar, cittadino maliano giunto in Italia nel 2011 in fuga dalla Libia in fiamme, ci è arrivato a maggio. Era arrabbiato non solo perché si ritrovava a dormire in un vecchio edificio dismesso, ma anche perché, per rinnovare il permesso di soggiorno continuava a vagare da un ufficio all’altro senza ottenere nulla. “È un caso classico”, spiega Peppe Monetti, responsabile del servizio. “Queste persone, soprattutto quando si trovano in condizioni di grave difficoltà, hanno bisogno di un accompagnamento, sia dal punto di vista della burocrazia che da quello dell’ascolto”. E, infatti, Boubacar è stato ascoltato, riuscendo, pian piano, a fare tutti i passaggi necessari per arrivare all’agognato rinnovo del permesso. “Il giorno che, con il documento in mano, è arrivato a ringraziarci era raggiante” continua Peppe. “Sapeva che quella è la base per ogni progetto di vita futuro e, mentre prima era molto agitato, ora era decisamente più tranquillo”.

Una tranquillità che ha confessato di provare finalmente anche Luigi, proprio pochi giorni prima di Natale. Questo distinto signore di una certa età, con un passato fatto di una posizione lavorativa importante e di un benessere molto elevato, è seguito da ormai molti anni dalla psichiatra Laura Arduini, uno dei medici dell’area salute della Casa. “Il suo è un percorso molto lungo e complesso” racconta la dottoressa. “Abbiamo fatto un numero infinito di sedute, abbiamo litigato, mi son presa anche tanti insulti, perché ha è un carattere decisamente burbero. Quest’anno, però, finalmente gli ho sentito dire che sta veramente bene e la cosa mi ha davvero toccata, quasi commossa". "È un’altra vita questa", ha sussurrato Luigi alla psichiatra. "Questo Natale è il primo che passo sereno". 



Per tutelare la privacy degli ospiti della Casa, alcuni nomi sono stati cambiati
e le immagini non rappresentano necessariamente le persone indicate nell'articolo. 
 

 
 

Il presidente della fondazione

Iniziative di spiritualità

La nostra newsletter

 
Torna ad inizio pagina