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Giornata mondiale di lotta alla povertà: una riflessione tra lavoro e sicurezza

17 ottobre 2017

Per la ricorrenza del 17 ottobre, l'editoriale di don Virginio Colmegna, che riparte dalle parole di padre Joseph Wresinski

“La grande povertà, nel pregiudicare l'insieme dei Diritti dell'Uomo, rappresenta uno spreco inaccettabile di intelligenza, inventiva, speranza e amore”. Sono parole di Joseph Wresinski, il sacerdote francese cui dobbiamo la Giornata Mondiale di lotta alla povertà che verrà celebrata martedì 17 ottobre. Venticinque anni dopo l’istituzione di questa ricorrenza da parte dell’Onu, la povertà non è scomparsa. Dopo la crisi, è diventata una realtà ancora più vicina, che si incontra nel quotidiano e che, a volte, disturba. Anche nella scintillante Milano e nella ricca Lombardia. 

Per questo, ancora oggi, le parole di Wresinski sono una guida importante per combattere davvero la povertà. E non i poveri. 

Per fare una lotta all’indigenza che generi coesione e giustizia, i fronti su cui impegnarsi sono due: lavoro e sicurezza. Il primo è la via maestra per uscire dall’indigenza. Ai poveri non bisogna dare assistenza fine a sé stessa, ma accompagnarli in percorsi di autonomia. Non è un compito facile: per svolgerlo al meglio, servono servizi di sempre maggior qualità. Diventa però un’impresa davvero ardua se il mercato del lavoro è quello descritto da alcuni recenti dati. 

Il primo è la crescita dei part time, sottolineata dalla Fondazione Di Vittorio. Dei 4 milioni 329 mila lavoratori che oggi hanno un contratto non a tempo pieno, praticamente la metà non lo ha scelto, rimanendo di fatto sotto-occupata. Il secondo viene dalla Cgia: una famiglia su quattro che conta su un reddito da lavoro autonomo vive sotto la soglia di povertà. Infine, secondo AssoLombarda, nella nostra regione abbiamo 340mila occupati in meno, tra i 15 e i 34 anni, rispetto al 2008. Per combattere la povertà, quindi, bisogna avere più posti di lavoro, ma anche di maggiore qualità. Altrimenti non faremo altro che alimentare un paradosso che già esiste come quello dei working poor, i lavoratori che, pur avendo un’occupazione, sono poveri. 

C’è poi la questione sicurezza, che è un tema importante per tutti i cittadini. Ma che, in certi casi, nasconde un accanimento nei confronti dei più fragili tra i poveri, come mendicanti e senza dimora. 


Penso a quei sindaci che stanno mettendo in pratica il Daspo urbano previsto dal decreto Minniti. Si tratta di un provvedimento di impostazione securitaria e efficacia molto discutibile, che andrebbe limitato nell’utilizzo il più possibile. Anzi, che andrebbe proprio evitato. Vantarsi del numero di persone allontanate dal proprio Comune e considerare queste cifre un successo politico, è una scelta strumentale e poco lungimirante. Soprattutto in città o nei centri dell’hinterland, non è certo cacciando le persone che si risolvono i loro problemi e gli eventuali disagi che la loro presenza può creare al resto della cittadinanza. 


Un primo cittadino dovrebbe pensare, invece, a come far uscire queste persone dal disagio. Dovrebbe dire con quali servizi e con quali risorse evitare quello “spreco inaccettabile” ricordato da Wresinski. Dovrebbe, a maggior ragione se credente, lasciarsi interrogare dalle parole di Papa Francesco, che invita tutti a “incontrare i poveri, prediligere i poveri, dar voce ai poveri, perché la loro presenza non sia zittita dalla cultura dell’effimero”.

In quest’ottica sarebbe bello sentire la voce di tanti sindaci sostenere l’appello lanciato da Acli, AC, Caritas, Comunità di Sant’Egidio e San Vincenzo. Queste organizzazioni chiedono a governo e Parlamento un maggiore impegno economico per il Reddito di Inclusione sociale. Con lo stanziamento attuale, infatti, il 62% dei cittadini che vivono in povertà assoluta ne rimarrà escluso. Tanta persone, anche tra i 670 mila poveri di cui la Lombardia, troppo spesso, si dimentica.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 16 ottobre 2017

[La foto di copertina è di Marco Garofalo]

 
 

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